Ma quando il sole aveva oltrepassato la metà del suo cammino e già inclinava verso la sera, uno spettacolo insolito si offrì ai suoi occhi. Era stato attratto verso una radura che si apriva tra gli alberi da un fruscio di fronde smosse che crebbe fino a diventare un forte rumore di frasche e rami spezzati. Si fermò nascosto tra gli alberi, e vide nella radura un grosso cinghiale con le zanne scoperte; stava immobile tormentando con l’unghia il terreno, che ne appariva profondamente solcato, e dirigeva il grifo minaccioso verso un’istrice ferma anche lei, ma ai limiti del bosco. L’istrice era in atteggiamento di difesa, con tutti i tremendi aculei rizzati sul corpo.
Fermo sul suo cavallo, silenzioso e nascosto, Galvano si accingeva ad assistere a quella battaglia che certamente sarebbe terminata con la morte di uno dei contendenti. Ma era difficile pronosticare quale.
Il cinghiale ad un tratto caricò l’istrice scaraventando nella corsa tutto il suo peso, ma quando fu giunto a venti metri dal lei si fermò di botto, colpito da una scarica di aculei che l’animale aveva fatto schizzare via dal suo corpo. Il cinghiale indietreggiò, mentre l’istrice abbassava nell’attesa gli aculei.
Perché non approfitta del vantaggio che ha ottenuto sul suo avversario per fuggire? si chiedeva Galvano. Il cinghiale era certamente spaventato, ma non ferito al punto da lasciare il combattimento.
Infatti la scena si ripeté poco dopo: assalto del cinghiale e lancio di aculei da parte dell’istrice. E Galvano ebbe l’impressione che questa volta il getto di aculei fosse inferiore al precedente, e pensò che doveva costare molto dolore all’istrice quel modo di difendersi, molto dolore e un grande sforzo.
Ma perché non fugge? si chiese di nuovo Galvano. E come l’istrice abbassò le sue difese per riposare il corpo stanco, trovò la risposta alla sua domanda, e capì il motivo di quella caparbietà dell’animale. Dietro di lei, quasi nascosti dal suo corpo, c’erano alcuni batuffoli di pelo, poco più grandi di una pigna. I piccoli dell’istrice.
Allora Galvano, preso il suo arco, incoccò la più robusta delle sue frecce e mentre il cinghiale gli passava davanti a corsa sfrenata per compiere una terza carica, lasciò partire la freccia che lo colpì nel fianco. Con un grugnito che parve un ruggito, il cinghiale ferito si volse a lui, lo caricò spezzando cespugli e frasche, aprì le fauci mostrando le zanne, pronto a immergerle nel ventre del cavallo, ma proprio nella gola Galvano lo colpì con una seconda freccia.
I tre cavalieri del Graal
L. Mancinelli
,Einaudi, Torino 1996, 38-39
..